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Canto XXXIII - Parafrasi

Versi

Parafrasi

 


Canto 32

124 - 129

Noi ci eravamo ormai allontanati da Bocca degli Abati, quando vidi due congelati insieme in una medesima nicchia di ghiaccio, in modo che la testa dell’uno era sopra quella dell’altro, come un cappello; e con l’avidità con cui si mangia il pane quando si è affamati, così quello che stava sopra addentava l’altro, nel punto in cui il cervello si congiunge con il midollo spinale :

130 - 132

Tideo rose per odio feroce le tempie di Menalippo non diversamente da come costui faceva col teschio e le altre parti di chi gli stava sotto.

133 - 139

Allora dissi : “O tu che mostri odio contro chi divori, attraverso un gesto così bestiale, dimmi perché lo fai, a questo patto : che, se tu hai una buona ragione per lamentarti di lui, conoscendo la vostra identità e il suo peccato, tu lo possa contraccambiare ancora nel mondo terreno, se la lingua della quale mi servo per parlare non si esaurirà”.

 


Canto 33

1 - 3

Allora quel peccatore sollevò la bocca dal suo pasto bestiale, pulendosi coi capelli della testa che aveva morsa nella parte posteriore.

4 - 6

Quindi cominciò a parlare : “Tu vuoi dunque che io rinnovi il dolore disperato che mi opprime, solo a pensarci, prima ancora che io ne parli.

7 - 12

Ma se il mio racconto deve essere l’origine del disonore del traditore che io addento, allora mi vedrai parlare attraverso le lacrime. Io non so chi tu sia, né in che modo sia sceso fin qui; ma mi sembri senza dubbio fiorentino da come ti sento parlare.

13 - 15

Devi sapere che io fui il conte Ugolino e che costui che io mangio è l’arcivescovo Ruggieri : e adesso ti dirò anche perché io sono per lui un vicino così feroce.

16 - 21

Perché è inutile raccontare che, per conseguenza delle sue perfide macchinazioni, io che mi fidavo di lui fui imprigionato e ucciso; però adesso sentirai da ma ciò che non puoi aver saputo, cioè come la mia morte fu atroce, e poi saprai se Ruggieri mi ha fatto torto.

22 - 27

Ormai la stretta feritoia della Torre dei Gualandi, detta della Muda, ma che per merito mio si chiama Torre della fame, e che dovrà essere chiusa per altri prigionieri, mi aveva permesso diu vedere attraverso la sua apertura più di una volta la luna piena, quando io feci il terribile sogno che mi preannunciò il futuro.

28 - 36

Nel sogno mi sembrava che Ruggieri fosse il capo di una caccia a un lupo e ai suoi lupacchiotti, verso il monte a causa del quale i Pisani non possono vedere Lucca. Aveva mandato avanti i Gualandi, i Sismondi e i Lanfranchi, con una muta di cagne magre, affamate e addestrate. In breve tempo i lupi furono stremati e vidi i loro fianchi squarciati dalle zanne acuminate delle cagne.

37 - 42

Quando mi svegliai, prima del nuovo giorno, udii i miei figli, che erano con me, lamentarsi nel sonno, e chiedere del pane. Se tu già adesso non sei addolorato, pensando al presagio che già sentivo avverarsi, sei davvero crudele. E se questo pensiero non ti fa piangere, allora per quale motivo di solito piangi?

43 - 48

Ormai anche i miei figli erano svegli, e si avvicinava l’ora in cui di solito ci veniva portato il cibo, e a causa del proprio sogno ciascuno aveva paura; fu allora che udii inchiodare, in basso, l’uscio che era l’entrata dell’orrenda torre; per cui guardai i miei figli senza dire niente.

49 - 54

Io non piangevo, tanto ero diventato di pietra nel mio cuore : i miei figli invece piangevano; e Anselmuccio, il più giovane, mi disse : «Come ci guardi, padre! Che cos’hai?». Perciò io continuai a non piangere e a non rispondere per tutto quel giorno e per tutta la notte seguente, fino a che un nuovo giorno spuntò sul mondo.

55 - 63

Appena un sottile raggio di luce fu entrato nel nostro carcere, e io vidi specchiato l’aspetto del mio viso in quattro visi, per la disperazione mi morsi entrambe le mani, e i miei figli, scambiando il mio gesto per fame, subito si alzarono e dissero : «Padre, il nostro dolore diminuirebbe molto, se tu mangiassi la nostra carne : tu hai rivestito questi poveri corpi, e ora tu spogliali».

64 - 66

Allora mi calmai, per non rattristarli di più; quel giorno e quello successivo restammo in silenzio; ah, se almeno la terra si fosse aperta e mi avesse inghiottito!

67 - 69

Dopo che fummo giunti al quarto giorno, Gaddo si gettò ai miei piedi e gridò : «Padre, perché non mi aiuti?».

70 - 75

A quel punto morì; e come tu adesso mi vedi, così io vidi cadere gli altri tre a uno a uno, tra il quinto e il sesto giorno; per cui io, ormai cieco per l’agonia, per altri due giorni brancolai sui loro corpi, chiamandoli invano. Infine, più del dolore, la fame ebbe ragione di me”.

76 - 78

Quando ebbe finito di parlare, torcendo gli occhi, azzannò di nuovo il teschio martoriato coi denti, che colpirono l’osso con la forza di quelli di un cane.

79 - 84

Ah Pisa, vergogna del popolo italiano, poiché i tuoi vicini tardano a punirti, io mi auguro che le isole Capraia e Gorgona si muovano e ingombrino la foce dell’Arno, così che straripi e anneghi tutti i tuoi abitanti!

85 - 90

Perché, se si diceva che il conte Ugolino ti avesse tradita portandoti via dei castelli, non avresti dovuto condannare ad un tale supplizio i suoi figli. Uguccione e il Brigata e gli altri che prima sono stati nominati nel mio canto, erano resi innocenti dalla giovane età, o novella Tebe.

91 - 93

Quindi ci lasciammo alle spalle Ugolino e Ruggieri e giungemmo là dove il ghiaccio crudelmente avvolge un altro genere di peccatori, non col viso rivolto in giù, ma tutto verso l’alto.

94 - 99

In quel luogo il pianto stesso dei dannati impedisce loro di piangere, e il dolore che trova ostacolo negli occhi torna indietro e aumenta la piena; perché le prime lacrime uscite dagli occhi congelano e come delle visiere di cristallo riempiono tutta l’orbita.

100 - 108

E nonostante, come avviene con le parti callose del corpo, per il freddo ogni sensazione se ne fosse andata dal mio viso, mi sembrava di sentire soffiare un po’ di vento; per cui chiesi a Virgilio : “Maestro, chi provoca questo? Qui ogni vento non è impossibile?”. Virgilio mi rispose : “Presto sarai nel luogo in cui tu stesso ti darai la risposta, vedendo la causa che produce il vento”.

109 - 117

In quel momento uno dei dannati imprigionati nello strato di ghiaccio ci gridò : “O anime perfide, tanto che vi è assegnato l’ultimo luogo dell’Inferno, toglietemi dagli occhi lo schermo di ghiaccio, così che, prima che il mio pianto congeli di nuovo, io possa un po’ sfogare il dolore che mi gonfia il cuore”. Allora gli risposi : “Se vuoi che ti aiuti, dimmi chi sei, e se non ti libero, che io finisca nel fondo di Cocito”.

118 - 120

Perciò quello rispose : “Io sono frate Alberigo, quello dei frutti del frutteto del male, che qui riceve un dattero in cambio del fico”.

121 - 126

Allora gli dissi stupito : “Non sapevo che fossi già morto”. Mi rispose : “Di come il mio corpo viva nel mondo terreno, io non sono a conoscenza. Questa Tolomea ha infatti il grande privilegio che spesso l’anima dannata ci cade dentro prima che Atropo la stacchi dal copro.

127 - 132

E per spingerti a portar via tutte le lacrime gelate dal mio viso, ti dico anche che appena l’anima commette un tradimento così grave come il mio, il suo corpo le viene portato via da un demonio, che in seguito lo controlla finché il suo tempo terreno non è terminato.

133 - 138

L’anima precipita in questo pozzo; e forse sulla terra il corpo dello spirito che sverna qui dietro a me ha ancora l’apparenza della vita. Tu lo devi sapere, se arrivi qui proprio adesso : egli è Branca Doria, e ormai sono passati alcuni anni da quando è stato rinchiuso in questo ghiaccio”.

139 - 141

Ma io gli dissi : “Io credo che tu stia mentendo; perché Branca Doria non è mai morto, anzi è vivo e vegeto”.

142 - 150

Alberigo spiegò : “Non era ancora arrivato nella quinta bolgia, più su, dove si trovano i Malebranche, e c’è la vischiosa pece bollente, Michele Zanche, la sua vittima, che l’anima di Branca Doria lasciò il diavolo al suo posto nel suo corpo, e anche un suo parente, che fu suo complice nel tradimento. Ma ormai stendi la mano verso di me e aprimi gli occhi”. Cosa che io non feci; e comportarmi così villanamente con lui fu un atto di cortesia.

151 - 157

Ah, Genovesi, uomini lontani da ogni buona abitudine e pieni di ogni difetto, perché non siete spariti dalla faccia della terra? Insieme con l’anima peggiore di tutta la Romagna trovai uno di voi che peccò così gravemente che la sua anima già si bagna nel Cocito, mentre il suo copro appare ancora vivo sulla terra.

Da : Dante ALIGHIERI, La commedia, a cura di Bianca GARAVELLI, Bompiani, Milano, 1993.