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Canto XXXIII - Note


 

 

Verso 1

La bocca sollevò…

È vero: l’inizio di que­sto canto è uno del più riusciti, solenni e giu­stamente famosi del poema sacro, una di quelle sue parti che ormai sono entrate nel patrimo­nio culturale dell'umanità e arricchiscono il te­soro della memoria comune. In primo piano, per continuare il leit-motiv del cibo apparso giù nel canto precedente, la bocca, non più uma­na ma «fiera» come il suo pasto, del peccatore ancora senza nome. È come se lo vedessimo. quel peccato'., mentre lentamente alza il capo e, particolare degno di un grande osservatore della realtà', si pulisce la bocca coi capelli di chi prima rodeva fino a «guastare». Non di­mentichiamolo: come ci aveva chiaramente spiegato ai vv. 127-129 del canto precedente, dove il gesto di Ugolino era paragonato al «manducare», cioè «mangiare» del pane, que­sto «guastare» il capo dell'altro dannato è do­vuto al fatto che il conte lo stava mangiando. È un atto di cannibalismo quello che ci e sta­to appena mostrato, ma che, paradossalmen­te, permette al poeta di comporre una delle pa­gine più commoventi di tutto Il poema. Quindi, un cannibalismo realistico e insieme simbolico. «Questo incontro è dunque l'ultimo dell’Inferno, e Dante ha voluto esprimere in esso (…) il suo più profondo significato. Che non sta nelle pene (…) ma nello strazio dei cuori di cui la malvagità' umana è causa, e nell'o­dio che rende disperato il dolore» (Chiavacci Leonardi I, 073).

Verso 4

Poi cominciò…

Dal punto di vista stilistico, le parole che Dante regala a questo cannibale dell’Aldilà sono tra le più eleganti che abbia mai scritto per un personaggio dell’Inferno. A cominciare da questo esordio, lento e come stanco, che ha la sua fonte nel maestro e guida del pellegrino poeta. Virgilio: Infandum, regina, iubes renovare dolore, «O regina, tu mi ordini di rinnovare un dolore indicibile», che sono le parole di Enea a Didone quando questa gli domanda di raccontarle la sua storia di vedovo ed esule (Eneide, II 3). Bosco ha notato che anche il verbo dantesco «premere» è di suggestione virgiliana: premit altum corde dolorern, «reprime in cuore il profondo dolore» (Eneide, I 200), in un simile contesto. E simili parole erano state pronunciate da un altro immortale personaggio dell’Inferno, Francesca da Rimini: Nessun maggior dolore/che ricordarsi del tempo felice/ne la miseria (V 121-123). Lei nel II cerchio del­l'Inferno, Ugolino nel IX, l'ultimo; Francesca dannata per amore, Ugolino per tradimento, o meglio, visto che questo è l’ultimo episodio e forse il più importante della cantica, per odio verso i suoi simili, insomma per incapacità di amare. Ecco il senso della lontananza da Dio, sua e di tutti i dannati: l'incapacità di com­prendere l'amore, l'essenza stessa di cui e in­tessuta la divina sostanza. Ed ecco perché il suo dolore è disperato, mentre invece nelle pa­role di Francesca c'era almeno il pallido ricordo di una felicita' terrena nata da un sentimen­to d'amore, sia pure mal diretto.

Verso 7

Ma se le mie parole…

Ecco un'altra analogia col perso­naggio speculare di Francesca (Inf, V 126): questo parlare e lagrimar, proprio di chi racconta una vicenda dolorosa, e che è consentito a Ugolino nonostante sia immerso nel ghiaccio. Subito il carattere monolitico del conte si evi­denzia, fin da questa ostinata volontà di ven­detta, talmente intensa da cancellare qualsia­si altro sentimento, anche il dolore per la morte dei figli. Lo abbiamo visto muoversi nell'atto di mangiare un suo simile, eternato nel suo personale contrappasso di odio, che non condivi­de con alcun altro dannato di Antenora; adesso lo sentiamo accettare il patto di Dante (XXXII 135-139) per la medesima ragione, l'odio e il desiderio di vendetta. Quindi racconterà, e il suo monologo sarà il più lungo dell'Inferno, dal v. 4 al v. 75 (come il canto XXXIII, coi suoi 157 versi, è il più lungo della prima cantica, superato nella Commedia solo dal XXXII del Purgatorio, di 160, tutti segni della sua impor­tanza). A Ugolino non importa nemmeno di sapere, cosa che invece hanno chiesto quasi tutti gli altri dannati, chi sia il suo interlocu­tore e perché sia lì. Quel che gli preme è che possa capirlo: ecco perché si compiace che sia fiorentino.

Verso 13

Tu dei saper…

Bastano i due nomi e la storia, che doveva aver fatto sensazione all'epoca, è subito evocata. Ugolino della Gherardseca, na­to nella prima metà del Duecento da Guelfo I, era conte di Donoratico, in Toscana, e appar­teneva a una nobile famiglia di lunga tradizione ghibellina, originaria della Lombardia. Suocero di Giovanni Visconti, capo della parte guelfa di Pisa, non esitò ad allearsi con lui per interesse: a entrambi premeva difendere i propri possedimenti in Maremma e in Sardegna dall’avidità del comune di Pisa, governato dalla fazione ghibellina. Fu bandito da Pisa, ma gra­zie alle sue abili manovre riuscì a rientrarvi nel 1276, anche con l'aiuto di Firenze e della Lega guelfa. Divenne un protagonista della po­litica estera pisana, tanto da avere il comando delle operazioni militati navali di Pisa contro Genova. Ugolino come podestà di Pisa riuscì anche a minimizzate i danni della sconfitta subita contro Genova nella battaglia navale della Meloria nel 1284, cedendo a Lucca e a Firenze alcuni castelli per impedire che le città si alleassero con la nemica principale, Genova. Nel 1285 si associò alla magistratura podesta­rile il nipote Nino Visconti, figlio del genero Giovanni. Durante una sua assenza dalla cit­tà, nel 1288, l’arcivescovo di Pisa Ruggieri de­gli Ubaldini, alleato con potenti famiglie ghi­belline, i Gualandi, i Lanfranchi e i Sismondi (citati al v. 32), organizzò una sommossa po­polare e costrinse Nino Visconti a fuggite dalla città. A questo punto le notizie storiche non sono più sicure, ma probabilmente, e questa è la versione accolta da Dante, Ruggieri attirò a Pisa Ugolino con un pretesto, e lo fece rinchiudete nella torre dei Gualandi insieme coi due figli Gaddo e Uguccione e i due nipo­ti Nino, detto il Brigata, figlio di Guelfo II, e Anselmuccio, figlio di Lotto. I cinque rima­sero nove mesi nella loro prigione, e qui furono lasciati monte di fame nel 1289. Per que­sta atroce morte, Ruggieri adesso è costretto a subite il cannibalismo di Ugolino. Al v. 15, i è pronome personale di terza persona, ed è complemento di termine. L'aggettivo tal sot­tintende la ferocia del bestial segno (Inf, XXXII 133) compiuto dall'antica vittima tra­sformata in carnefice infernale.

Verso 16

Che per l'effetto…

Ruggieri degli Ubaldini, singolare e sinistra figura di ecclesiasti­co ghibellino, fu nipote di Ottaviano degli Ubaldini, citato in Inf., X 120 tra gli eretici sepolti nelle arche infuocate. E ne è degno nipote, visto il luogo in cui si trova condanna­to. Divenne arcivescovo di Pisa nel 1278, c fu molto abile nell'approfittare dei contrasti fra Ugolino della Gherardesca e suo nipote Nino Visconti, fingendosi amico sia dell'uno sia dell’alto. Di fatto, riuscì a uccidere il primo e a sconfiggete temporaneamente il secondo. Il v. 17 rivela un particolare che per Dante fa di Ruggieri un traditore e non un semplice fraudolento: egli infatti raggirò Ugolino dopo aver carpito la sua fiducia (fidandomi di lui), invitandolo a Pisa in modo del tutto amiche­vole. Sapendo che il suo ascoltatore è fioren­tino, Ugolino riassume questo episodio, per­ché un toscano a suo avviso non poteva non conoscerlo: tanto il fatto dovette suscitare scal­pore. Ma si soffermerà su quanto la sua mor­te fu cruda, cioè su qualcosa che nessuno po­teva conoscere e rivelare: la sua agonia nella torre dei Gualandi. È questa l'«offesa» che rimprovera a Ruggieri: non tanto di averlo uc­ciso a tradimento, quanto il modo in cui Io fe­ce uccidere. Un modo ingiusto perché troppo crudele in sé. ma soprattutto perché coinvolse anche degli innocenti, tutti figli di Ugolino e tutti molto giovani nella versione dantesca, che non erano responsabili della politica paterna e quindi ingiustamente puniti. Per l’eccessiva crudeltà della morte inflitta a Ugolino persino il papa Niccolò VI rimproverò duramente Ruggieri, che si salvò da una condanna grazie alla morte dello stesso papa. Fu costretto a lasciare Pisa, della quale era divenuto podestà, da Nino Visconti. Morì a Viterbo nel 1295. Del terzo attore di questa tragica pagi­na di storia pisana, Nino Visconti, Dante non

fa menzione qui, ma gli riserva un affettuoso brano del Purgatorio (VIIJ 49-84). Non solo perché erano amici (anche di Brunetto Latini coltivò l'amicizia, eppure lo destina al sabbione dei sodomiti, per non parlare della dannazione annunciata del suo carissimo Guido Caval­canti), ma per dimostrate con l'avallo della sal­vezza divina che Nino non era responsabile della morte del nonno Ugolino, che fu il solo artefice della sua dannazione, come Ruggieri fu l'unico colpevole della sua fine. La frase del v. 21 anticipa la certezza di Ugolino che, alla fine del suo racconto, anche Dante riterrà che Ruggieri gli abbia recato la più grave delle offese.

Verso 22

Breve pertugio…

Cioè, erano ormai tra­scorsi diversi mesi (lune) da quando Ugolino e i quattro figli erano stati rinchiusi nella Torre della Muda. La torre, già dei Gualandi, la famiglia ghibellina nemica di Ugolino citata al v. 32, apparteneva allora al Comune di Pisa cd era adibita a prigione: ecco spiegato il v. 24, forse pronunciato con un sottinteso pensiero di vendetta. Infatti la torre, che sorgeva nell'attuale piazza dei Cavalieri, continuò la sua triste funzione lino al 1318. si chiamava «della Muda» perché «vi si tenessono le aquile del Comune a mudare» (Buti), cioè a «fare la muta» delle penne. Ma dopo la morte tragi­ca di Ugolino e dei suoi, il suo nome fu «Torre della fame». «Nota il verso secco, sempre modellato su quell'eloquenza rapida cd ester­namente oggettiva ma tutta impregnata di co­sternazione e di odio» (Momigliano in Mazzoni I, 685). Il presagio della tragedia si an­nuncia per mezzo di un sogno premonitore, un mal sonno che aggiunge angoscia all'angoscia: già l’angusto spazio della cella è un’anticamera dell’Inferno (Chiavacci Leonardi I, 974), ma dopo il sogno Ugolino ne ha la consapevolez­za, e per lui passare dall'incubo alla realtà non è, come per la maggior patte degli uomini, un sollievo. «In apparenza, abbiamo qui un azio­ne bestiale, il lupo e i lupicini azzannati dai cani. Ma, nell’interpretazione, il sogno acqui­sta il valore di un segno che prefigura sia la morte che la forma della dannazione (…). Del suo sogno Ugolino dice che del futuro mi squarciò il velame. Qui il pensiero corre al velo squarciato del tempio nel momento della cro­cifissione e abbiamo quindi un (…) richiamo alla Passione di Cristo (Freccero 1989b, 220).

Verso 37

Quando fui…

Al v. 41 il verbo s’annunziava, con cor come soggetto, significa letteralmente «annunciava a se stesso»: la profe­zia del sogno è irrazionale, ma l’emozione che lascia anche nella veglia fa capire che è auten­tica. L'angoscia sale senza scampo: Ugolino si sveglia di soprassalto, prima dell'alba, come av­viene di solito dopo un incubo. E il lamento dei figli fa pensare che anche loro stiano so­gnando il medesimo sogno. Il pane al v. 39 riprende il motivo conduttore dell'episodio, già chiaro nel canto precedente: il cibo, il pasto. Il conte interrompe brevemente il racconto, alla terzina 40-42, sopraffatto da una furente commozione: si indigna, com'è nella sua in­dole impetuosa, al pensiero che Dante possa non essere a sua volta turbato. La pausa narrativa intanto è efficace perché alimenta la ten­sione, ma soprattutto è un segnale che il pas­saggio è delicato dal punto di vista dell'inse­gnamento morale: dobbiamo infatti ricordare che sempre, fin qui, quando Dante personaggio è in qualche modo commosso o emozionato, il passo che gli provoca turbamento con­tiene un messaggio importante. Come qui, do­ve è messa in primo piano l'innocenza dei fi­gli dormienti, ancora fiduciosi nella capacità del padre di aiutarli, tanto da chiedete incon­sciamente a lui il cibo. L'appello di Ugolino a Dante personaggio è dunque in realtà l'appello di Dante autore alla compassione dei suoi lettori, anzi di tutti gli uomini, verso un no­bile sentimento paterno. D'altro lato il poeta personaggio sembra restare sordo all’appello del dannato: «Invano, con un’intensità dispe­rata, pari alla carica drammatica delle parole. Ugolino interrompe (vv. 40-42) il filo resistente dei ricordi con una patetica richiesta di solidarietà, di pietà e di lacrime, che finisce per esaltate, data l'assenza di condoglianza, anzi di comunione, il grado dell’angoscia. Se è vero che l’interruzione narrativa pausa artisticamente la rievocazione, non è meno indubita­bile che il pellegrino respinge con eloquente silenzio la comunicazione con il traditore, il quale deve rimanere estraniato per sua colpa dal consorzio civile e chiuso nella ferrea soli­tudine del castigo; e lo scrittore [riverserà] la propria indignazione soltanto alla fine del det­tato contro l’intera comunità pisana, responsabile di aver versato sangue innocente, sen­za indulgere né tanto né poco verso i sentimen­ti paterni del peccatore» (A. Quaglio, in D. Alighieri, La Divina Commedia, a cura di E. Pasquini c A. Quaglio, edizione per la scuola, Garzanti, Milano 1991, p. 368).

Verso 49

Io non piangëa…

Ugolino, prima ancora di cristallizzarsi nel ghiaccio, da morto, «impetra», cioè «diventa pietra», ancora vivo, nel cuore. Ed è questo il suo dram­ma più terribile: non saper accogliere la luce dell’amore, che pure aveva accanto, nelle persone dei figli, nemmeno alla fine della sua esistenza, tutta segnata da sopraffazioni e tradimenti. Perciò lui, che è vittima, è di pietra come i suoi uccisori. I figli invece conservano fi­no all'ultimo la loro innocenza, la loro purezza ignara, in questa lenta agonia: come vitti­me sacrificali, non sanno ancora che cosa li aspetta. anche se si lamentano per la fame. Ugolino. che morendo non è più un Guelfo, non è più nemmeno un uomo, ma solo un pa­dre, c questa è l'unica nota di umanità che Dante gli lascia: la scelta di non piangere né parlare per non spaventare ulteriormente i fi­gli. Si noti il chiasmo dei vv. 49-50: lo non piangëa; piangevan elli, che evidenzia le loro opposte posizioni. Solo Anselmuccio, che nella realtà storica doveva avete quindici anni, parla, come la sua giovane età lo spinge a fare (era in realtà il figlio minore di Guelfo II, il figlio primogenito di Ugolino). Il silenzio della cella è un’anticipazione per Ugolino del silenzio di Cocito; e lo è anche il buio, che il sol, che sorge solo per il resto del mondo ma non per i moribondi della torre, non riesce a inter­rompere.

Verso 55

Come un poco di raggio…

Se Dante ribadisce l'impossibilità che questa cella della torre sia illuminata di vera luce: anche quando vi entra un raggio di sole, è solo per meglio rivelate la disperazione. Specchiandosi nei visi dei figli, Ugolino scopre che anche loro ormai sanno di non avere scampo, e di es­sere destinati a morire di fame. L’immagine dei vv. 56-57 è di grande potenza narrativa. Il bestial segno di Inf., XXXII 133, cioè l’atto di cannibalismo di Ugolino contro Ruggieri, è anticipato qui da un gesto rivolto dal conte contro se stesso; anche il contrappasso è pre­figurato in questa tragica agonia: «il gesto dell’addentare la carne umana riappare quando Ugolino vede se stesso rispecchiato nelle facce dei suoi figli e si morde la mano in un gesto di disperazione: dolore. (…) Qui c'è l’eco del sacrificio eucaristico e delle parole di Giobbe: "Il Signore dà c il Signore toglie". (…) Contrariamente al dolore del padre, il dolore (dei figli) potrebbe essere mitigato da questa offerta» (Freccero 1989b, 220-21). Nasce qui un equivoco tra dolore e fame, cioè tra un segno di sofferenza morale e un presunto desiderio di salvezza fisica, espresso dal verbo manicar, forma popolare per «mangiare». I figli, apparentemente per questo equivoco, offrono se stessi alla fame dei padre. Nasce allora il secondo equivoco: Ugolino crede, alla lettera, che i figli gli si offrano in pasto, cioè che lo spingano a prolungare almeno un po' la sua vita fisica; mentre essi, col loro esemplo di amore estremo, gli offrono una redenzione spirituale, la possibilità di addolcire il suo cuore «im­petrato». Il parallelismo col sacrificio evangelico di Cristo, Agnello di Dio, è evidente: i fi­gli di Ugolino, sacrificandosi come vittime in­nocenti, offrono al padre molto più dei loro corpi, gli danno l’occasione di staccarsi dal suo peccato e di sfuggite all’Inferno. Ma Ugolino non comprende il senso profondo del loro atto d’amore: il suo dolore non sarà mitigato dall’amore, non gli permetterà di raggiungere la pace e si trasformerà nell'odio eterno della dan­nazione (Freccero 1989b).

Verso 64

Queta'mi allor…

Nel v. 66 è riassunto tutto il dramma di Ugolino, che a sua volta racchiude il senso del viaggio dantesco all’Inferno: il suo indurirsi, come la terra che accusa di essere dura, nel peccato, fa di Ugolino un’eterna statua del proprio errore, della propria incapacità di «aprirsi» al messaggio divino di perdono e di amore. Ma i versi sono anche il tributo di Dante al dolore di un padre di fronte all’ingiusta morte dei figli: un’esperienza simile egli stesso aveva vissuto, quando anche i suoi figli erano stati coinvolti nella sua ingiusta condanna all'esilio.

Verso 70

Quivi morì…

Si conclude così, con la figura retorica della «reticenza», al v. 75, il disperato monologo di Ugolino. Le sue ulti­me dolorose note insistono sulla crudele esperienza di aver dovuto assistere alla morte di tutti i figli, e di esser loro sopravvissuto. Secondo alcuni autorevoli studiosi, tra cui in passato De Sanctis (in Getto 1964) e oggi Frecccro (1989b), le ultime parole di Ugolino non nascondono pietosamente la sua morte, cosa che non avrebbe senso perché il suo racconto finora non ha risparmiato dettagli strazianti dell'agonia dolorosa e della fine dei figli. Al contrario, la figura della reticenza getterebbe un velo di silenzio sull’accettazione letterale dell’offerta dei figli (vv. 61-63) : insomma, Ugolino prima di morire cederà alla fame e si nutrirà della carne dei figli. Freccero sottoli­nea inoltre il parallelismo con un’altra notissima reticenza, quella di Francesca da Rimini (quel giorno più non leggemmo avante, Inf. V 138). Molti altri interpreti ritengono che il v. 75 significhi semplicemente: «infine, più che il dolore per la perdita dei mici figli, mi fece morire la fame». Inducono a propendere per la prima ipotesi, oltre ai parallelismi evangelici già citati, alcune pagine di cronache fiorentine raccolte da Rosario Villari (citate dal com­mento Casini-Barbi in Mazzoni I, 692/, drive si afferma, a proposito di Ugolino c dei suoi figli: «c qui si trovò che l'uno mangiò de le car­ni dell'altro». Ma la più evidente conferma dell'ipotesi del cannibalismo sembrano essere i vv. 76-78, e l'atto stesso di Ugolino di divo­rare la testa di Ruggieri. Il contrappasso di Ugolino è costituito anche da questo atto e, come sappiamo, in Dante nulla è casuale.

 

 

Da : Dante ALIGHIERI, La commedia, a cura di Bianca GARAVELLI, Bompiani, Milano, 1993.